24 maggio? Il giorno giusto per cambiare!

Screenshot_20190525-102104_Gallery.jpg

(di Marco Procaccini)

24 maggio 2019, si inizia a sentire aria di estate ormai qui a Napoli, e insieme al caldo in città sono arrivate delle novità: in seguito al successo della manifestazione del 15 marzo, un centinaio di studenti del liceo Mercalli, insieme ad altre migliaia di studenti in tutto il mondo, sono nuovamente scesi in piazza a protestare per l’ambiente, a far sentire una voce giovane a questo vecchio mondo: è il secondo Sciopero Mondiale per il Clima.

Ma insieme a queste iniziative popolari, anche enti statali e privati si stanno dando da fare per informare il mondo di ciò che sta accadendo: è il caso della Stazione Zoologica Anthon Dohrn, che alle 17:00 del 24 maggio 2019 ha ospitato “Un Mare di Plastica”, un incontro del Comitato di Scienza e Società, organizzazione fondata nel 2008 al fine di far capire anche a chi “non è del mestiere” le ultime scoperte scientifiche. L’incontro, come intuibile dal titolo, verteva sul problema plastica in mare. Ci sono stati tre relatori, che hanno trattato l’argomento in base alla loro occupazione. Il primo a parlare è stato Paolo de Giovanni, che ha presentato le “Cronache del Mar Plastico”, un resoconto dettagliato, ma raccontato in tono ilare, della sua esperienza come imbarcato in una spedizione della “Cittadinanza Scientifica”, associazione internazionale con lo scopo di unire in un corpo unico scienziati e cittadini comuni per raccogliere dati di vario genere; in particolare lui è stato imbarcato nella “Expédition MED”, organizzazione francese che dal 2010 fa campagne di monitoraggio in tutto il Mediterraneo per avere dati sempre aggiornati sulla presenza di plastica nelle nostre acque. Questi campionamenti sono effettuati dalla “Manta”, apparecchio di forma simile al pesce da cui prende il nome che, dopo essere stato calato in mare da una barca, raccoglie nello strato d’acqua superficiale tutto ciò che entra nella sua “bocca”, il fine di questi campionamenti è scoprire la quantità di microplastiche (frammenti di plastica di grandezza minore ai 5mm) che si raccolgono in mezz’ora di immersione e di scoprire il loro impatto sul fragile ecosistema marino. In alcune parti del Mediterraneo sono stati riscontrati dati sconcertanti, come la presenza media di 4 o 5 kg di plastica per km2, ma raggiungendo picchi non inferiori alle cosiddette “isole di plastica”, ovvero di circa 15kg per km2. Il secondo relatore è stato Mario Malinconico, chimico del CNR specializzato in polimolecole, che nella sua presentazione “Fenomenologia di un Materiale: dal Moplen alla Plastica Green” ha parlato dell’aspetto chimico della plastica, partendo dalla storia del materiale fino ad arrivare alle sue più recenti evoluzioni e di come i chimici, che come da lui ammesso sono in parte colpevoli dell’odierno problema, e dicendo che una parte della “colpa” va a noi italiani, dato che l’inventore del moplen, forma primitiva di plastica, è stato inventato da un italiano, pensano di risolvere la questione. Ha anche parlato di come associazioni scientifiche molto importanti a livello globale, come IUPAC, negli ultimi 20 anni abbiano lavorato per cercare di creare Green Plastic, un tipo di plastica creato da scarti vegetali e quindi con tempi di decomposizione naturali molto più brevi. Il terzo e ultimo relatore è stato Alfonso Marino, economista, che ha parlato del ruolo della plastica nel mercato odierno e di quale sarebbe, dal punto di vista economico, un modo per levarla dalla circolazione. Il dott. Marino ha detto che il mercato è composto da quattro blocchi, e che l’odierno modello è di tipo lineare, che, in un contesto moderno, è molto sbagliato, poiché, in un ciclo di tipo lineare, una volta arrivati al quarto blocco non c’è niente dopo se non la discarica. Ha detto che il modello corretto dovrebbe essere di tipo circolare, in modo che alla fine del quarto blocco si ricominci dal primo, in modo da eliminare la discarica. L’Italia da questo punto di vista è molto avanzata, anche se questo non è un dato rassicurante come potrebbe apparire, poiché sono solo un centinaio le aziende che applicano un tipo di economia circolare.

Lascia un commento