Migrazioni ambientali

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Ogni anno milioni di persone sono costrette ad abbandonare le proprie case e i propri terreni a causa di una catastrofe di natura ambientale. A seguito di eventi catastrofici di breve durata quali terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche, cicloni, oppure di processi ambientali di più lungo periodo quali siccità, desertificazione, innalzamento del livello del mare, salinizzazione delle acque dolci, o anche a motivo dei conflitti causati dal controllo delle risorse naturali, come ad esempio le risorse idriche, o dal controllo delle risorse diminuite dopo le catastrofi (quali le minori rese agricole), individui, famiglie e intere popolazioni sono costrette o spinte all’emigrazione. In Asia, solo nell’arco 2010-2011, secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, più di 42 milioni di persone sono diventati sfollati a cause di tempeste, inondazioni, siccità e ondate di freddo, ai quali si aggiungono tutti gli individui minacciati dall’innalzamento del livello del mare. Al miglioramento delle condizioni alcune persone e nuclei familiari riescono a rientrare nelle proprie case mentre molte altre sono costrette a migrare per trovare nuove opportunità. I flussi possono avere destinazioni interne allo Stato o scavalcare i confini ma, in entrambi casi, richiamano l’attenzione della comunità internazionale, sia per quanto concerne le politiche ambientali locali e globali e per il governo del territorio che per la gestione dei trasferimenti e dell’accoglienza nei Paesi stranieri. Gli studi internazionali affermano che nel futuro tali eventi diventeranno più frequenti a seguito del cambiamento climatico, così come aumenteranno i migranti e i costi sociali: «le conseguenze sociali dei processi ambientali in esame sono una delle più grandi sfide che la comunità internazionale dovrà affrontare nei prossimi anni».

Le migrazioni ambientali sono un fenomeno estremamente complesso che va inserito all’interno di un discorso più globale sulle migrazioni.

La decisione di migrare, infatti, è molto spesso condizionata da una serie di fattori (territoriali o personali) e l’aspetto ambientale può essere la causa diretta oppure può incidere indirettamente su molti altri aspetti (ad esempio sociali ed economici). In ambito internazionale, infatti, non esiste una definizione univoca in grado d’indicare un migrante costretto o spinto da motivazioni ambientali. Si utilizzano le espressioni di “migrante ambientale”, “eco migrante”, “rifugiato ambientale”, e altre, rendendo necessaria una riflessione terminologica che non si esaurisce nell’aspetto linguistico perché indica, nel caso, anche un preciso status giuridico estremamente diverso e stringente.

Riguardo le implicazioni politiche delle migrazioni indotte da cause ambientali, esistono alcuni interessanti tentativi di affrontare il problema, ad esempio lo status di protezione temporanea (TPS) negli Stati Uniti e in Europa, così come princìpi e soft law per proteggere le persone sfollate a causa di disastri ambientali.

All’interno dell’Unione Europea, sia la Svezia che la Finlandia hanno leggi simili a quella degli Stati Uniti riguardo lo status di protezione temporanea. Tuttavia, a parte la dimensione umanitaria della migrazione indotta da cause ambientali affrontata da tali principi e leggi, eventi più complessi e a lenta insorgenza pongono in realtà una sfida maggiore ai quadri legislativi e di governance, soprattutto perché in questi casi le responsabilità e i limiti temporali sono difficili da assegnare.

I decisori politici devono adottare un approccio olistico a tale questione emergente.

Nelle aree di origine colpite da disastri naturali e/o fenomeni a lenta insorgenza come il degrado ambientale, è essenziale prevenire la migrazione e al contempo lavorare alla preparazione degli spostamenti che potrebbero comunque verificarsi, agendo sui driver, ambientali e non, della migrazione (ad esempio insicurezza dei mezzi di sussistenza, rischi ambientali, conflitti, pressioni demografiche, inuguaglianze di genere…) Se la migrazione ha comunque luogo, è infatti importante mitigare i potenziali effetti negativi sia nelle aree di provenienza che in quelle di arrivo. Nel caso in cui il ritorno dei migranti sia possibile e auspicabile, dovrebbe essere fornito adeguato supporto ai potenziali migranti di ritorno, mentre se la migrazione è permanente (ad esempio quando il ritorno non è possibile o auspicabile) è essenziale lavorare sull’integrazione dei migranti nelle aree riceventi.

Alcuni dei seguenti esempi di prospettive politiche potrebbero aiutare a delineare attività relative agli spostamenti e alle migrazioni indotte da cause ambientali o climatiche:

– aiutare le persone a rimanere nelle zone di provenienza attraverso uno sviluppo rurale e urbano sostenibile: in molti casi lo sfollamento indotto dal clima può essere evitato assicurando alle persone colpite mezzi di sussistenza adeguati, sia nelle aree rurali che in quelle urbane. Oggi quasi il 25% della popolazione mondiale è costituita da agricoltori e la percentuale è anche più alta nei paesi in via di sviluppo. Il cambiamento climatico pone una sfida crescente a tali mezzi di sussistenza; se diventano insostenibili, le persone possono trovarsi ad affrontare la migrazione forzata o lo sfollamento.

– assicurare alle persone sicurezza e dignità attraverso una pianificazione preventiva: il paragrafo 14f del Quadro di adattamento di Cancun constata la possibilità che una ricollocazione pianificata diventi parte di futuri scenari di adattamento. Nei casi in cui il movimento di popolazioni è la migliore o la sola strategia di adattamento, risposte politiche efficaci possono aiutare ad assicurare che tali movimenti siano sicuri e ordinati. Le risposte politiche dovrebbero avere come obiettivo quello di evitare situazioni in cui le persone siano costrette a spostarsi (distress migration) o si spostino in situazioni di emergenza, assicurando invece che gli sfollati non diventino più vulnerabili dopo lo spostamento.

– Sostenere la riduzione del rischio di disastri e strategie di mediazione dei conflitti, rafforzando al contempo le risposte umanitarie. I governi devono intraprendere azioni per ridurre i rischi affrontati dalle persone nel caso di crisi acute derivanti da disastri naturali e dai rischi derivanti dalla competizione per le risorse, potenziali fonti di conflitto. In caso contrario saranno chiamati in causa in seguito, quando i problemi saranno di più difficile soluzione. (http://cdca.it/it/archives/13923)

Fonte:

Fai clic per accedere a Migrazioni_Ambientali.pdf

Autore:

Antonio Quarto

classe 2E

Prof.ssa F. Donaudy

 

[Questo post è collegato alla mappa interattiva sviluppata nella Settimana Europea della Riduzione dei Rifiuti 2019].

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