L’estrazione mineraria dai fondali

Sui fondali oceanici del pianeta, in corrispondenza di formazioni geologiche particolari nascoste nell’oscurità a migliaia e migliaia di metri di profondità, giacciono minerali sempre più richiesti dall’industria globale. Non sappiamo ancora in che quantità, ma investitori e governi di tutto il mondo si stanno muovendo da anni per trovare il modo di estrarli, e per farlo per primi. L’estrazione mineraria nelle profondità marine è una pratica che potrebbe diventare tanto fondamentale quanto controversa, nei prossimi decenni, e pone questioni delicatissime su quale sia il prezzo accettabile per sostenere lo sviluppo umano.

Avremo sempre più bisogno di certi metalli. I metalli – preziosi e non – sui fondali marini che interessano ai sostenitori delle estrazioni in alto mare sono principalmente oro, argento, rame, cobalto, nichel, manganese e zinco. Oro e argento sono usati nei circuiti elettronici, il rame nei cavi, mentre cobalto, nichel, manganese e zinco sono utilizzati abbondantemente per le batterie elettriche. Sono materiali già oggi richiestissimi e che lo diventeranno sempre di più, man mano che avverrà l’inevitabile transizione energetica dai combustibili fossili a forme considerate più pulite. I metalli in questione non servono soltanto per le batterie elettriche, che oggi alimentano gli smartphone di tutto il mondo e che saranno sempre più utilizzate con il diffondersi della mobilità elettrica, ma anche per i dispositivi legati ad altri tipi di fonti rinnovabili, come i pannelli solari.

Dove sono?

Negli oceani ci sono principalmente due posti dove i metalli richiesti dal settore tecnologico sono reperibili in fondo agli oceani.

I primi sono le sorgenti idrotermali, fratture nel suolo dalle quali esce acqua fino a 400 °C – nelle profondità oceaniche normalmente è a 2°C – che si trovano in zone vulcaniche in corrispondenza di faglie o dorsali oceaniche. Complesse reazioni chimiche fanno sì che l’acqua che sgorga verso la superficie accumuli minerali disciolti, che si separano a contatto con la fredda acqua oceanica accumulandosi in spettacolari formazioni simili a stalagmiti, e che spesso sono il risultato di millenni e millenni di attività geotermica.
L’acqua che sgorga da queste sorgenti rende possibile la vita di batteri che traggono la loro energia non dalla luce solare ma da particolari reazioni chimiche con le quali trasformano sostanze inorganiche in organiche. Questi batteri, a loro volta, sono alla base di ecosistemi misteriosi e floridi, che non si trovano in nessun altro posto del pianeta e che gli scienziati stanno imparando a conoscere soltanto di recente, dopo l’iniziale sorpresa, grazie alle rare e pericolose esplorazioni di profondità. Dai vermi tubo alle lumache di mare, dalle meduse ai crostacei ai pesci, è raro che una nuova missione a queste profondità non scopra nuove specie.

Il secondo posto dove si possono trovare metalli sui fondali oceanici sono delle particolari piane abissali ricche di noduli metallici, formazioni minerali sferiche del diametro di alcuni centimetri che si trovano parzialmente o completamente sepolte. A differenza delle sorgenti idrotermali, in corrispondenza delle quali si trovano soprattutto metalli preziosi, i noduli contengono principalmente rame, manganese, zinco e cobalto, e secondo gli esperti saranno più facili da estrarre rispetto ai metalli presenti in corrispondenza delle sorgenti idrotermali.

Come prenderli?

Le tecnologie per l’estrazione mineraria di profondità sono diverse e in fase di sviluppo, ma c’è una cosa certa: sono molto costose. Una volta identificato il luogo di estrazione, viene installata una stazione galleggiante o una nave che faccia da base operativa. A quel punto, grazie a veicoli e strutture simili a draghe, il fondale marino viene scavato e i sedimenti vengono fatti risalire alla base o alla nave di supporto, dove vengono separati dai metalli e rilasciati nuovamente in mare.

Conseguenze
Come si può immaginare, un’operazione del genere ha costi ambientali enormi. La principale è la distruzione dei fondali marini: in parte per l’erosione provocata dagli scavi, ma anche e soprattutto per la quantità di sedimenti rilasciati in mare e che in media ammonteranno, secondo uno studio dell’Accademia reale delle Scienze svedese, a oltre 50.000 metri cubi al giorno per ogni stazione mineraria.

Questi sedimenti, oltretutto, verranno rilasciati migliaia di metri più in superficie rispetto al luogo da cui sono estratti. Significa che percorreranno ecosistemi diversi man mano che torneranno sul fondale, e che saranno trasportati anche a chilometri e chilometri di distanza – anche centinaia e migliaia – dalle correnti marine.
Per quanto riguarda le sorgenti idrotermali, poi, le attività estrattive distruggeranno gli ecosistemi locali: se alcune di queste comunità biologiche sono abituate agli effetti devastanti delle attività vulcaniche, altre sono estremamente stabili perché formatesi nel corso di millenni.

Le preoccupazioni ambientali non finiscono qui: i materiali di scarto dell’estrazione altereranno la composizione chimica dell’acqua, e il rumore delle attività disturberà la fauna marina.

Ma gli scienziati avvertono che molte conseguenze dell’estrazione mineraria nelle profondità marine potrebbero non essere ancora note, visto che sappiamo così poco dei fondali oceanici.

Autore:

Alessandra Marasco

Classe: 2E

Prof.ssa F. DOnaudy

Fonte: https://www.google.it/amp/s/www.ilpost.it/2020/01/18/estrazione-mineraria-oceani/amp/

[Questo post è collegato alla mappa interattiva sviluppata nella Settimana Europea della Riduzione dei Rifiuti 2019].

Lascia un commento